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Hollywood Party: dal set alla libreria

di Claudia Russo - 08/05/2006

Hollywood Party: dal set alla libreria

Hollywood Party: dal set alla libreria

 
In Hollywood party (Ed. Zandegù, 244 pp,12.50 euro) un gruppo di scrittori under 30 (a parte due eccezioni) che la neonata casa editrice torinese diretta da Marianna Martino, classe 1983, ha avuto l’intuito di scoprire e la voglia di pubblicare, si cimenta in un canone-inverso che partendo da una suggestione visiva dà origine a nuove possibilità narrative. Dall’inquadratura alla pagina scritta.

Diciamo la verità: non tutti i racconti sono perfettamente riusciti a causa di una troppo forte dipendenza dall’originale cinematografico, ma alcune storie, come quella scritta da Matteo De Simone, sono delle vere scoperte. Pensando alle avventure di quel gruppo di adolescenti che Richard Donner nel 1985 ci presentò come I Goonies, questo ragazzo di 25 anni che ama il cinema, la scrittura e la musica, inventa per i lettori una storia che potrebbe piacere a Quentin Tarantino e i cui ingredienti irrinunciabili sono droga, violenza e vendetta.

I titoli scelti non rimandano necessariamente al film che li ha ispirati, ma si passa da A qualcuno piace Aldo in cui Michele Vaccari rende chiaramente omaggio al celebre lungometraggio di Billy Wilder, a Le decisioni di mio figlio sono sempre un po’ precipitose (Marco Prato) in cui la dipendenza da Face/Off – Due facce di un assassino di John Woo si evince sin troppo chiaramente nella storia, a dire il vero un po’ forzata, di una famiglia  in cui la doppiezza la fa da padrona…

Contrariamente a quanto avviene nelle consuete e sempre più frequenti trasposizioni cinematografiche di opere letterarie cui si rimprovera spesso la scarsa fedeltà al testo, in  questo caso i lavori più riusciti sono proprio quelli in cui la fantasia e il talento dell’autore si distaccano nettamente dal film evocandone gli elementi trasversalmente e svelandone i meccanismi solo a chi il cinema lo conosca davvero in profondità.

I tre brevi interventi di Marco Ponti (regista), Steve Della Casa (conduttore radiofonico e televisivo e direttore del Torino Film Festival dal 1999 al 2002) e Bruno Fornara (direttore editoriale di Cineforum) dividono in parti uguali la raccolta interrompendone criticamente il flusso narrativo e sottolineandone i punti di forza.

Accomunati dall’uso frequente del discorso diretto, mutuato dal cinema ma anche dalla vita quotidiana, i racconti si caratterizzano per incisività di linguaggio e uso-abuso di un certo slang giovanile e generazionale che facilita l’immedesimazione del lettore offrendo dati preziosi circa l’ambientazione della vicenda inventata.

Non c’è nessun film italiano tra quelli presentati. Eppure, con un processo di “trasposizione naturale”, la fantasia degli scrittori tende a concentrarsi in un luogo e soprattutto in un contesto ben conosciuto. Si parla spesso della propria città, della propria scuola, perfino del proprio autobus! Costanza Masi, ispirandosi a Fuga dalla scuola media di Todd Solondz, ha saputo trovare un finale interessante ad una storia per il resto un po’ debole.

Il ricorso alla prima persona, caratteristico di un tipo di scrittura giovane, diretta, e a tratti celatamente autobiografica, non deve esser considerato un limite, ma un tratto distintivo. Ne è ottimo esempio l’allucinato e allucinante Girotondo. Se è vero che Edward mani di forbice è forse la più bella favola raccontata da quel bambino cresciuto-male che è Tim Burton, difficile è giudicare, alla luce della sua opera, la sensibilità di Laura Gandolfi.
La mini biografia che la riguarda, posta insieme alle altre a chiudere la raccolta, dice che Laura non ha ancora compiuto ventiquattro anni. Sgomento. La storia che ha pensato e scritto, l’incubo che ha visualizzato e tradotto, si nutre di fiabe tradizionali e fobie postmoderne. C’è tutto: la violenza carnale e l’ossessione degli affetti, l’abbandono materno e la nevrosi che ne deriva, la fatica di essere bambini e l’inevitabilità dello scontro di genere. La sua è una scrittura cattiva e veloce che ha radici antiche, profonde. Potrebbe avere cinque o cento anni. Il suo racconto sarebbe scandaloso comunque.

Alla giovanissima Zandegù, che ha al suo attivo anche la pubblicazione del romanzo d’esordio Cosa faccio quando vengo scaricato (Simone Marcuzzi), auguriamo di crescere forte e coraggiosa mantenendo sempre la propria freschezza e indipendenza. Perché la piccola editoria esiste. E non è una piccola cosa.

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