Procida: come una zingarella nel suo scialle
09/01/2001
Procida: come una zingarella nel suo scialle
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Ne “L’isola di Arturo” Procida non è mai descritta come una bella isola, ma come l’isola in assoluto, l’unica possibile, l’essenza dell’essere isolati di fronte al mare tra uno scoglio, un carcere che incombe, una casa fatata: la casa dei “guaglioni”, già appartenuta a Romeo l’Amalfitano, protagonista fantasma del romanzo.
Per chi ha letto il capolavoro della Morante andare a Procida è un vero pellegrinaggio. Si arriva con il traghetto nel porto e si viene da Napoli.
A Napoli forse si è già visitato il Pallonetto di Santa Lucia, quartiere natio di Nunziata, la madre acquisita di Arturo. Il Pallonetto è uno dei quartieri più assurdi della città e assomiglia a una ferita aperta nella carne viva. Tra il ricchissimo quartiere di San Ferdinando e la bella discesa a mare di Santa Lucia, in cima a una scalianata, si apre il più intricato “basso” di tutta la città: le viuzze più strette, i panni stesi da un balcone all’altro, le motorette che sfrecciano, le grida dei “guaglioncelli piccirilli”.
Magari si è stati anche a Massalubrense, altro luogo di riferimento del romanzo morantiano.
Comunque si arriva con il traghetto nel porto di Procida e ci si ricorda degli innumerevoli arrivi e partenze di Willhelm Gerace, il “mitico” padre di Arturo.
Dietro quel traghetto c’è un mondo immenso, che Arturo conosce solo attraverso gli atlanti e i libri e in cui suo padre viaggia senza fine durante le asenze da Procida. In realtà un mondo chiuso e rinserrato nel golfo di Napoli.
Davanti a quel traghetto c’è uno dei più bei parchi letterari in Italia.
L’isola non è cambiata molto dai tempi in cui Elsa Morante passeggiava per i sentieri che dalla Marina Grande salgono verso la Casa dei Guaglioni. Elsa Morante scoprì Procida insieme ad Alberto Moravia, durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, quando erano costretti a scappare e nascondersi. E quando Lei è morta, le sue ceneri sono state sparse nelle acque intorno all’isola.
Il viaggiatore può seguire i percorsi già preparati alla ricerca del segreto di Wihlelm Gerace, del palazzo dell’Amalfitano, della casa dei Guaglioni.
Oppure, di testa sua andare a sedersi a uno dei piccoli caffè del porto e ricordarsi ancora una volta di Arturo che, “in quel periodo”, disponeva di soldi: “Con in tasca il mio capitale inusitato, che per me era una somma enorme, io ordinavo perentoriamente alla vedova un caffè con l’anice; e gettatole, in anticipo, il denaro sul banco, senza più degnarla di alcun discorso andavo a sedermi in un angolo della bottega, dove rimanevo a leggere finchè ne avevo voglia”.
Prima di abbandonare l’isola, il viaggiatore, dovrà necessariamente lanciare uno sguardo in alto, lassù, verso la costellazione di Boote, dove brilla la stella di Arturo.
E’ da lì che il libro comincia. Per chi non lo ha ancora letto potrebbe essere un ottimo punto di inizio.
Per chi ha letto il capolavoro della Morante andare a Procida è un vero pellegrinaggio. Si arriva con il traghetto nel porto e si viene da Napoli.
A Napoli forse si è già visitato il Pallonetto di Santa Lucia, quartiere natio di Nunziata, la madre acquisita di Arturo. Il Pallonetto è uno dei quartieri più assurdi della città e assomiglia a una ferita aperta nella carne viva. Tra il ricchissimo quartiere di San Ferdinando e la bella discesa a mare di Santa Lucia, in cima a una scalianata, si apre il più intricato “basso” di tutta la città: le viuzze più strette, i panni stesi da un balcone all’altro, le motorette che sfrecciano, le grida dei “guaglioncelli piccirilli”.
Magari si è stati anche a Massalubrense, altro luogo di riferimento del romanzo morantiano.
Comunque si arriva con il traghetto nel porto di Procida e ci si ricorda degli innumerevoli arrivi e partenze di Willhelm Gerace, il “mitico” padre di Arturo.
Dietro quel traghetto c’è un mondo immenso, che Arturo conosce solo attraverso gli atlanti e i libri e in cui suo padre viaggia senza fine durante le asenze da Procida. In realtà un mondo chiuso e rinserrato nel golfo di Napoli.
Davanti a quel traghetto c’è uno dei più bei parchi letterari in Italia.
L’isola non è cambiata molto dai tempi in cui Elsa Morante passeggiava per i sentieri che dalla Marina Grande salgono verso la Casa dei Guaglioni. Elsa Morante scoprì Procida insieme ad Alberto Moravia, durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, quando erano costretti a scappare e nascondersi. E quando Lei è morta, le sue ceneri sono state sparse nelle acque intorno all’isola.
Il viaggiatore può seguire i percorsi già preparati alla ricerca del segreto di Wihlelm Gerace, del palazzo dell’Amalfitano, della casa dei Guaglioni.
Oppure, di testa sua andare a sedersi a uno dei piccoli caffè del porto e ricordarsi ancora una volta di Arturo che, “in quel periodo”, disponeva di soldi: “Con in tasca il mio capitale inusitato, che per me era una somma enorme, io ordinavo perentoriamente alla vedova un caffè con l’anice; e gettatole, in anticipo, il denaro sul banco, senza più degnarla di alcun discorso andavo a sedermi in un angolo della bottega, dove rimanevo a leggere finchè ne avevo voglia”.
Prima di abbandonare l’isola, il viaggiatore, dovrà necessariamente lanciare uno sguardo in alto, lassù, verso la costellazione di Boote, dove brilla la stella di Arturo.
E’ da lì che il libro comincia. Per chi non lo ha ancora letto potrebbe essere un ottimo punto di inizio.
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