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Venerdì 3 settembre 2010

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kings of convenience,riot on an empty street

Kings Of Convenience - Riot on an Empty Street

di Fabrizio Roych -

17/12/2004

Kings Of Convenience - Riot on an Empty Street

kings of convenience

I Kings of Convenience vanno di moda come un prodotto etnico, ma ci arrivano dalla Norvegia. E cantano in inglese. Però hanno confezionato benissimo la loro linea di prodotti new age all’occidentale. Il primo ritrovato per la pace dei cuori è stato “Quiet is the New Loud”, séguito di un esordio anonimo, e raccolta di precetti di vita semplice, di scoperta dentro la città moderna di una nuova spiritualità. Lo spirito delle cose, che non ha bisogno di fede perché parla di ciò che ha a portata di mano. L’oggetto sono gli spazi e le vicende di tutti i giorni. Pareva in quei mesi che tanti altri artisti avessero avuto questa stessa visione musicale. Gli strumenti pochi e flebili, minimi, sistemati con garbo ma non organizzati per generare impatto. Il New acoustic movement fornì un sacchetto dove sistemare più di un giovane musicista romantico, ma non molti rimasero, alla fine. I Kings of convenience hanno scelto i colori pastello, la natura, ma quella rassicurante dei parchi cittadini, il sole, ma quello tiepido della primavera. Ponderatezza e buon senso che potrebbe suonare come rinuncia alle emozioni brutali, alla provocazione artistica. Invece, c’è un progetto, e per niente banale.

Già il titolo “Riot on an Empty Street” dichiara la rinuncia alla lotta. Al suo posto, voci tenue fra strumentali di raso, l’attitudine pacata di un pomeriggio al sole di maggio. Chitarra e pianoforte, ma non c’è lo strumento protagonista. L’album si presenta con il singolo “Misread”, cantato a mezza gola fra le chitarre timide, con un po’ di piano a fare presenza. Il singolo ci rassicura, racconta che il Kings sono ancora i due ragazzi tiepidi e intimistici, ma con il sorriso che scaccia la mestizia. In tanto rallentamento c’è persino del brio in canzoni come “Know-How”, colorata di musica latina, o “Love is no Big Truth”. Varianti al ruscelletto pop di “Homesick”, “Cayman Island”, “Sorry or please” o “I’d Rather Dance with you”. L’ossatura è quella, lo scheletro tenero ma capace di schioccare in composizioni inattese, fino all’ultima variazione a due voci di “The Build-Up”. Cose che non cambiano la sostanza, il corpo della musica rappresentato dalla melodia. La melodia sopra la perizia strumentale, i testi, le voci.

La melodia significa che non basta abbassare il volume o rallentare, per diventare i Kings of Convenience. Il modo più facile per presentarli è dire che sono i migliori allievi (o imitatori) di Simon & Garfunkel. Per farsi un’idea va anche bene, ma la compunzione dei due norvegesi è diversa dall’asciutto sogno metropolitano dei colleghi americani. Inoltre Erik Glabek Bøe e Erlend Øye stanno dimostrando di saper fare la propria musica, di aver centrato lo stile, e di essere capaci di replicarlo sempre identico. Sono gli indizi della maturità, ma anche il seme dell’appiattimento. Per ora l’appagamento copre ogni eccesso di coerenza, per così dire. Ma forse già domani a dare la svolta ci vorrà l’elettronica.

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