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I ritratti delle “Anarchiche. Donne ribelli del Novecento”

La vita avventurosa e drammatica di quindici donne che hanno segnato la storia dell’anarchismo

Donna con sigaretta, sigaretta, donna
 thinkstock

I libri di storia hanno declinato l’anarchia sempre al maschile. Eppure, sono state tante le donne che hanno dedicato la loro vita e le loro energie agli ideali di giustizia sociale e libertà. Nonostante il loro apporto sia stato determinante nella storia anarchica, ancora oggi restano poco conosciute o in gran parte dimenticate.

Il saggio “Anarchiche. Donne ribelli del Novecento“, scritto dallo storico milanese Lorenzo Pezzica vuole ricordare la storia di queste donne. L’entusiasmante e forte contenuto del libro potrebbe essere brevemente riassunto nelle parole di una delle quindici protagoniste, Virginia Bolten: “Né Dio, né padroni, né marito”.

Ebbene si, siamo di fronte a quindici ritratti di donne che, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, hanno dedicato la loro esistenza agli ideali, infischiandosene delle regole e vivendo tra arresti, violenze ed internamenti in cliniche psichiatriche. Emma Goldman, che già negli anni Trenta del Novecento era diventata una figura mitica del movimento, Lucy Parsons, Virginia Bolten, Dora Marsden, Etta Federn, Virgilia D’Andrea, Noe Ito, Lucia Sànchez Saornil, Nancy Cunard, Mollie Steimer, May Picqueray, Ida Mett, Germaine Berton, Luce Fabbri e Maria Luisa Berneri.

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Quindici donne, diverse tra loro per cultura, carattere ed appartenenza sociale, ma con un tratto comune: la necessità di tradurre l’anarchia in un mezzo per conservare la libertà ed in un modo per svelare i meccanismi dell’oppressione, della manipolazione e dello sfruttamento del potere.  

Colte, anche se molte provenivano dalla classe operaia, poetesse e scrittrici, ma anche attiviste in prima linea: Mollie Steimer, Lucy Parsons e Dora Marsden, tra le altre, hanno portato avanti la battaglia dell’emancipazione come ribellione al sistema. Ma non solo, anche storie di violenza ed assassinii come quella di Noe Ito, un’anarchica nel Giappone tradizionalista, che ha creato scandalo tra l’opinione pubblica ed è stata condannata a morte dal capitano della polizia. Senza dimenticare le vicende di Germaine Berton che nel 1923, travestita da uomo, ha ucciso a sangue freddo il numero tre dell’Action francaise per poi venire processata e salvata dalla galera per il suo essere “femmina”.

Pezzica dichiara “Avrei molti altri nomi per un capitolo due. Mi dovrei però fermare a 30 anni fa: oggi di vere anarcofemministe libere e combattive come allora non ne riconosco più.”