La Venere che scende su Marte
18/01/2008
La Venere che scende su Marte
The myth of Mars and Venus
Il suo impressionante curriculum inizia nel 1983, nella Facoltà di Lingua Inglese della “Roehampton University”, dove lavora come lettrice. Da allora, Deborah Cameron ha insegnato al College di “William and Mary” in Virginia, alla “Strathclyde University” di Glasgow, all’“Institute of Education” di Londra, fino ad approdare, nel 2004, alla Facoltà di Linguistica di Oxford. Protagonista di numerose conferenze alla “Gothemburg “di New York, acquista fama internazionale ed è autrice di numerose pubblicazioni socio-antropologiche. La sua autorevolezza é sostenuta da instancabili ricerche tra categorie sessuali ed umane, che indagano gli effetti di globalizzazione e media sulle ideologie linguistiche popolari.
Decenni di luoghi comuni sono ridimensionati dalla sua penna
attraverso nuovi punti di vista. È proprio vero che uomini e donne comunicano
con linguaggi diversi? Ecco la vextata
quaestio con cui la scrittrice introduce il suo ultimo saggio, “The Myte of
Mars and Venus” (Oxford University Press,
2007). Idea antica, quanto il mito d’Afrodite, sopravvive fino ad oggi,
nonostante le conquiste politiche, sociali, economiche e di costume portate
avanti dall’universo femminile. Gli anni 90 abbondano di pubblicazioni self-help e manuali di psicologia
popolare che avallano l’immagine di sessi depositari di patrimoni comunicativi
inconciliabili. È il caso di “You just don’t understand” di Deborah Tannen (Ballatine
Books, 1991) o del più recente “Men are from Mars, women are from Venus” di
John Gray (Harper Paperbacks, 2004), campioni di vendite in tutto il mondo.
La Cameron respinge l’immagine dell’uomo-Marte, taciturno e
furente guerriero, e della donna-Venere, logorroica, sentimentale, tra le
nuvole, considerata retaggio di un passato sempre più lontano. Prima di tutto,
le donne parlano troppo? Niente di più falso. Secondo l’autrice, infatti, tale
sovrastima non dipende da una reale differenza rispetto all’altro sesso, ma dal
malcelato desiderio maschile che le donne non parlino affatto.
Molte le voci che la accusano di essere un giudice di parte, sebbene dal libro non emerga che un’assoluta imparzialità scientifica. Bersagli dell’autrice, infatti, sono anche le proverbiali doti “femminili”, come le maggiori abilità linguistiche, relazionali e cooperative. Qualità “storiche”, secondo lei, a cui una serie interminabile di studi “scientifici” di scarso valore, avrebbe contribuito a bollare come “naturali”. Tra le smentite, la teoria che attribuisce al sesso “debole” una media quotidiana di 20mila parole pronunciate, contro le 7mila degli uomini.
Il vivace libercolo inaugura un approccio imparziale e non sensazionalista riguardo ad uno dei temi più inflazionati del dibattito pubblico. La ricerca di cause genetiche che dimostrino differenze linguistiche tra i sessi cela spesso, persino dietro la paternalistica ammissione di superiorità specifiche, il disagio di veder cambiati i reciproci ruoli. Alle difese maschili di fronte alle “invasioni” femminili, infatti, corrisponde spesso la paura di donne che, private delle giustificazioni necessarie, si trovano ad affrontare senza “sconti” pigrizie o insicurezze individuali.