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Creme solari a rischio, cosa assorbe la pelle?

Alcune sostanze chimiche contenute nelle protezioni solari passano dalla pelle al sangue: la ricerca della Fda

protezioni solari
Courtesy of©Jacob Wackerhausen/iStock

Nonostante il maltempo, la stagione estiva è alle porte. Al fine di arrivare preparati ai primi bagni al mare, è bene munirsi delle apposite protezioni solari. A cosa servono? A proteggersi dagli effetti nocivi dei raggi UVB e degli UVA. Attenzione però, stando a quanto riporta il Daily Mail, non bisognerebbe considerare questi prodotti come dei semplici cosmetici. A quanto pare infatti le sostanze chimiche che contengono, non rimarrebbero semplicemente sulla superficie della pelle bensì entrerebbero in circolo nel sangue in meno di 24 ore dall’applicazione.

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Quando le protezioni solari penetrano nella pelle

Al fine di fare chiarezza, la Food and Drug Administration, guidata dal Dr. David Strauss, ha condotto una ricerca (pubblicata sulla rivista Jama) coinvolgendo 23 volontari chiedendo loro di spalmare su almeno il 75% del corpo creme, lozioni e spray solari. Il tutto ripetuto per quattro volte al giorno e per un totale di quattro giorni consecutivi.

La ricerca

Successivamente sono stati sottoposti ad analisi nel sangue: cosa è emerso? I risultati hanno dimostrato che sostanze quali avobenzone, ossibenzone, ecamsule e octocrylene erano contenute in concentrazioni superiori ai limiti (0,5 ng/mL) oltre i quali, per legge, sono necessari dei test di sicurezza. Al momento non si sa se questi prodotti abbiano o meno effetti tossici. Sono necessari dunque ulteriori studi da parte delle case produttrici al fine di verificare la sicurezza delle sostanze sospette.

Le conclusioni

I ricercatori ci tengono però a sottolineare che il loro studio non intende scoraggiare le persone: applicare regolarmente la protezione solare è importante. “La protezione solare viene utilizzata da gran parte della popolazione da decenni. Siamo d’accordo con i ricercatori sul fatto che le persone non dovrebbero smettere di usarla” – ha precisato il Dott. Andrew Birnie, un dermatologo britannico.

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