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Moda sostenibile, quando i vestiti nascono dal riciclo

dagli swap party a Circular Fashion: spunti per dare una seconda vita ai capi d’abbigliamento

moda sostenibile
iStock

Le statistiche riguardanti l’industria tessile in Italia dicono che negli ultimi 15 anni la produzione è raddoppiata. Il problema, però, riguarda la percentuale relativa al riciclo dei vestiti. Da noi si attesta al 12%. Ma è a livello mondiale che il dato è allarmante: non si supera nemmeno l’1%. I vecchi vestiti finiscono in discarica o si bruciano. Un danno pazzesco per l’ambiente, soprattutto se consideriamo quanta acqua serva per la produzione – per esempio – di un solo paio di jeans. Si va dai 7 mila ai 10 mila litri. Come contrastare questo spreco? La risposta è: moda sostenibile.

I modi per realizzarla sono molteplici. Dalla produzione (e quindi dalla riduzione dello spreco d’acqua e delle emissioni di CO2) alle filiere controllate, passando per i market ecosostenibili e i negozi green. Insomma, non ci sono scuse. Oltre alla raccolta differenziata che riguarda l’universo del cibo, il riciclo e il salvataggio del pianeta passano anche dai nostri armadi.

Dal riciclo nacque il Parka

Difficile trovare un 30enne di oggi che non abbia mai indossato un Parka. Oggi è uno degli indumenti più riciclati in circolazione. Adatto per proteggersi dal freddo, solitamente viene realizzato in poliestere, ricavato da bottiglie di plastica.

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Scarpe green

C’è chi poi investe nella ricerca, come Veja, azienda che produce scarpe. Il nuovo modello, “Condor“, rappresenta la prima scarpa da running, green al 53%. La suola è in gomma dell’Amazzonia, la tomaia è in plastica riciclata e il foam in lattice naturale.

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Moda sostenibile vs fast fashion

La lotta, al momento, è impari. La moda sostenibile comporta un maggior dispendio di tempo nella ricerca dei capi adatti e soprattutto un maggior esborso economico. La modalità fast fashion, infatti, è una tentazione spesso troppo forte per chi non ha tempo da dedicare allo shopping, ma soprattutto una ridotta disponibilità economica. Il risultato è che abbiamo più vestiti, quindi contribuiamo a produrre più inquinamento.

Ci sono però soluzioni creative. Per esempio gli swap party, simili ai market dove si vendono e comprano vestiti usati. Indossati, magari, una sola volta. E poi, ovviamente, i negozi green.

O ancora dei progetti come Rifò. Si tratta di un esempio di Circular Fashion Made in Italy, creato da due ragazzi di Prato. L’idea è quella di dedicarsi a vestiti non venduti per la sovraproduzione. Quindi di prendere tutti quelli scartati per creare un nuovo filato. La loro tecnologia permette di riciclare uno degli indumenti più inquinanti: i jeans.

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