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A tu per tu con Sandra Collodel

Figura elastica, a tutto tondo, sviluppa negli anni un talento straordinario immune al fascino divistico di TV e rotocalchi.

Sandra Collodel

La sua carriera d’attrice inizia per caso, 27 anni fa, quando accompagnando un’amica a un provino, entra nel vivaio di Gigi Proietti. “Ero piuttosto un’auditrice. Avevo un altro lavoro, restauravo quadri antichi” dichiara Sandra Collodel a  stile.it . “Studiavo e frequentavo poco, mi piaceva soprattutto cantare”. L’amore per il teatro si sviluppa gradualmente, sotto le cure del maestro che la alleva con crescente successo. “Uno dei più grandi insegnamenti di Gigi era stare nel mestiere totalmente, crederci fino in fondo, essere produttori di se stessi. Il teatro vive di questo e quando lo capisci impari ad amarlo”, aggiunge entusiasta.

Il terzo anno completa la sua formazione con lo stage torinese di Ugo Gregoretti sulle opere di Cesare Zavattini. Sandra non può più farne a meno. Il palcoscenico la nutre e la prosciuga, succhiandole energie che tuttavia non accennano ad esaurirsi. Finita la scuola arriva la notorietà, grazie a “L’amante dell’orsa maggiore” di Anton Giulio Maiano, ultimo esempio di sceneggiato classico, di quando non c’erano che le due prime reti RAI.

Nel 1983 affronta con Proietti un cult del piccolo schermo, un “Fantastico 4” che si confronta con gli esordi di Canale 5. Momento chiave per la TV nazionale come per Sandra che d’ora in poi si dedica soprattutto al teatro. “Da allora non penso ad altro. Nel ‘99 ho messo su una produzione. Curo testo, cast, scene, costumi. C’ho rimesso quasi la salute”, afferma divertita.

Eclettica, come i capocomici di una volta, ha allestito circa 50 spettacoli e il suo imprinting brillante si estende a zone dal sapore drammatico. Tra le commedie, come “Il dramma della gelosia” di Age, Scarpelli e Scola, “Stregata dalla luna” di John Patrick Shanley, “Quella del piano di sopra”di Pierre Chesnot, spuntano drammi come “L’amante” di Pinter e “Il Fu Mattia Pascal” di Pirandello.

Il suo ultimo spettacolo, “La papessa Giovanna”, in scena a Novembre, al Teatro dei Documenti di Roma, racconta la leggenda di una donna che, tra le vicende di un amore consumato nelle celle di un convento, conquista il soglio pontificio. Tutti la credono uomo, tranne il suo cameriere (interpretato da Andrea Pirolli, l’astro nascente del teatro italiano) fino a quando, durante una processione, partorisce un bambino.

Nel ruolo di Giovanna c’è tutta se stessa. Il suo amore, lo spirito, la fede, la voglia di vivere, il coraggio di realizzare i suoi desideri e costruire il proprio destino. “È un misto tra sacro e profano, ma non c’è niente di volgare. L’argomento è forte ma, grazie all’ironia e al grottesco nelle parti più spinte, non è mai scabroso”. Con la tecnica del “doppio velatino”, ottiene una realtà tridimensionale, in cui gli attori si muovono tra cinema e teatro.

Sugli schermi Giorgio Albertazzi e Gigi Proietti, nei panni del vescovo e dell’eremita, spezzano l’intensità emotiva della messinscena, in zone di esilarante comicità. “Il linguaggio del cinema ha ampliato la mia libertà espressiva accelerando il tempo della storia e coinvolgendo altri personaggi e location”.

E, a proposito di cinema, “Me lo sono fatto da sola visto che, eccetto piccole parti, non me l’hanno fatto fare”. L’attrice testimonia della difficoltà degli attori italiani di esercitare il proprio mestiere in entrambi i campi deputati. “Non lo dico piangendo, sto bene con il mio lavoro, ma è un peccato che molti talenti non riescano a proporsi, persino a sapere che esiste quel film”.

Non c’è rabbia nella sua voce, solo il sincero rammarico per un’arte che osa poco e che troppo spesso risponde alle leggi del successo commerciale legato al monopolio dei grandi nomi. Ma Sandra rifiuta la facile notorietà da rotocalco, con cui tutto sarebbe più facile, e conserva la sua immagine per il palco, costante terapia ad una timidezza che smentisce l’idea dell’attore come campione naturale di esibizionismo.

 

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